L’ARTE È COSA PASSATA? (Maurice Blanchot)

[…] Così, essendo fedele alla legge del giorno, l’artista è esposto non soltanto a subordinare l’opera artistica, ma a rinunciare ad essa e, per fedeltà, a rinunciare a sé stesso. Alla parola di Höldelin fa eco, centoquaranta anni più tardi, quella di un altro poeta, il più degno in questo tempo di rispondergli: »Certe epoche della condizione dell’uomo subiscono il gelido assalto di un male che trae la forza dagli aspetti più disonoranti della natura umana. Al centro di questo uragano, il poeta completerà attraverso il rifiuto di sé il senso del suo messaggio, poi si unirà al partito di coloro che, avendo tolto alla sofferenza la sua maschera di legittimità, assicurano il ritorno eterno dell’ostinato facchino, portatore di giustizia » (René Char).
Nessuno può facilmente dispensarsi da questo « rifiuto di sé », rifiuto in favore dell’azione liberatrice che il « sé », il sé artistico, molesta o non aiuta che sufficientemente. Nel 1934, André Gide scriveva: « Per molto tempo non si può più parlare di opera d’arte. Bisognerebbe, per prestare ascolto ai nuovi distinti accordi, non essere assordati dai lamenti. Non c’è quasi più niente in me che non compatisca. Dovunque si posino i miei sguardi, io vedo soltanto angoscia attorno a me. Oggi, colui che resta contemplativo, dà prova di una filosofia inumana o di una cecità mostruosa (Journal, 25 luglio 1934). E un secolo prima, Hegel, cominciando il suo corso monumentale sull’estetica, pronunciò questa parola: « L’arte è per noi cosa passata » : un giudizio su cui l’arte deve riflettere, e non lo terrà per confutato solo perché a partire da allora la letteratura, le arti figurative, la musica hanno prodotto opere considerevoli; infatti Hegel, nel momento in cui parlava, non ignorava che Goethe era ancora vivo e che, sotto il nome di Romanticismo, tutte le arti in Occidente conoscevano un nuovo slancio. Che voleva dire, lui che non parlava « alla leggera »? Questo, precisamente: che a partire dal giorno in cui l’assoluto è diventato coscientemente il lavoro della storia, l’arte non è più capace di soddisfare il bisogno di assoluto: relegata in noi, ha perso la sua realtà e la sua necessità; tutto ciò che aveva di autentico vero e vivo appartiene al mondo e al lavoro reale nel mondo. (parte conclusiva del paragrafo)
 
Maurice Blanchot – Lo spazio letterario – Reprints Einaudi 1975
Lorena Melis 7,17  del 14 luglio 2017

https://www.facebook.com/lorena.melis

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Artista pittore, Poeta,
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