Gustave Flaubert – L’OPERA E IL SUO DOPPIO – Dalle lettere –

15. A Ernest Chevalier [Rouen, 30 novembre 1841]
[…]
Non lavoro ancora per niente alla nobile scienza su cui tu ascendi con garretti tanto solidi, e nella quale tu avrai la palma del coglione, il titolo di dottore, – la scienza del giusto e dell’ingiusto mi lusinga poco. La giustizia umana mi è sempre parsa più grottesca di quanto non mi sia parsa schifosa la loro malvagità. L’idea di un giudice mi sembra la concezione più strampalata che sia possibile avere.
Addio vecchio mio.
[…]
Gustave Flaubert – da L’opera e il suo doppio – Dalle lettere, a cura di Franco Rella, Fazi editore

 

***

A cura di Franco Rella

Dello sterminato epistolario flaubertiano, L’opera e il suo doppio propone la più vasta raccolta mai pubblicata in Italia contenente numerose lettere inedite.
Flaubert, con Dostoevskij, ha aperto la strada al romanzo del XX secolo rivoluzionando i tempi e la modalità della narrazione. Le sue opere sono contrassegnate da un rigore stilistico e compositivo tale che la materialità, la tragedia stessa della vita raccontata si risolvono totalmente nella scrittura. Ma, accanto a questa scrittura “diurna” Flaubert ha sviluppato nelle sue lettere un’immensa scrittura “notturna” in cui storia e storie, paesaggi e culture, dolore e morte, esaltazione ed erotismo si distendono per migliaia di pagine. In Italia si conosce poco del suo epistolario, di cui forse è impossibile dare un’edizione completa. Questa, che proponiamo, non è dunque la totalità delle lettere di Flaubert, è però molto più di un’antologia. È il tentativo di proporre la sostanza di una scrittura e di un pensiero. Ma, ancora di più, di tentare di costruire un ponte tra le due scritture, quella narrativa e quella epistolare.
Flaubert ripete che nei suoi libri l’autore deve essere assente. Che ha orrore all’idea che Gustave Flaubert compaia, con le sue idee e le sue passioni, accanto a Emma Bovary o accanto a Salammbô. Ma dice e ripete anche che nessun libro lo soddisfa in pieno, che non ha mai trovato il soggetto in cui darsi interamente, che sia in sintonia con il suo temperamento. Di fatto Flaubert ha trovato questo soggetto e ha scritto questo libro. È quello che corre sotto le pagine del suo epistolario. Qui egli esprime l’ansia della bellezza e l’attrazione per il sordido, qui si uniscono l’opaco della bêtise e il nitore metafisico, l’esaltazione per l’ideale e i miasmi della vita. Qui l’amore e l’amicizia trovano la loro espansione, accanto alle delusioni e all’atrocità dell’esistenza. Tutto questo raggiunge la sua unità nello straordinario protagonista di questo romanzo nascosto, che altri non è che lo stesso Flaubert. Arrivare a scoprire questo romanzo significa trovarsi improvvisamente davanti a uno dei testi più grandi della letteratura di ogni tempo.
«Dunque, cerchiamo di vedere le cose come sono, senza voler avere più spirito del buon Dio. In passato si è creduto che solo la canna da zucchero desse lo zucchero. Oggi lo si estrae da quasi tutto, ed è lo stesso con la poesia. Traiamola da qualsiasi cosa, perché essa sta ovunque: non c’è un atomo di materia che non contenga il pensiero; abituiamoci a considerare il mondo come un’opera d’arte di cui è necessario riprodurre i processi nelle nostre opere». (a Louise Colet, 27 marzo 1853)


 

Pubblicato da Lorena Melis 2 Gennaio 2017

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