RAPPORTI DI COSE MASCHERATI di MAURICE BLANCHOT

Tuttavia nel nostro mondo questi rapporti di cose sono in parte mascherati, in parte confusi dall’interferenza dei valori e dei rapporti di valore. Gli uomini impiegano altri uomini, cioè, di fatto, li trattano come cose, ma li rispettano (idealmente). Il risultato è una confusione, un’ipocrisia e un’assenza di rigore che conducono alla nostra civiltà. L’essenziale del marxismo sarebbe, nei rapporti collettivi, liberare l’uomo dalle cose stando dalla parte delle cose, dando in qualche modo il potere alle cose, vale a dire a ciò che riduce l’uomo a non essere nient’altro che utile, attivo, produttivo, cioè ancora escludendo ogni alibi morale, qualsiasi fantasma di valore. L’essenziale del marxismo (almeno così restrittivamente inteso) è rendere l’uomo padrone della natura, di ciò che è natura in lui, per mezzo delle cose: ogni altro strumento di liberazione, con il ricorso a speranze e ideali, non farebbe che prolungare il suo asservimento e, per di più, lo inganna, lo abbandona in uno stato di menzogna in cui ben presto affonda e dimentica ciò che è.
(pag. 121)
Maurice Blanchot – L’amicizia – Marietti 1820

Lorena Melis  17, gennaio 2017

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Analogie e paradigmi. Un’intervista a Giorgio Agamben.

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Fuori dall’Italia viene considerato uno dei pensatori più influenti della contemporaneità, capace, con le sue ricostruzioni storico-filosofiche, di “illuminare” i dispositivi che regolano il nostro stare in “comunità”.

All’interno dei confini nazionali è pressochè sconosciuto se non tra gli addetti ai lavori. “Posto” questa interessantissima intervista, realizzata da Roberto Andreotti e Federico De Melis, perchè costituisce una sorta di autobiografia intellettuale in cui Agamben descrive se stesso, le sue esperienze filosofiche e i suoi lavori.

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Alias, supplemento settimanale de Il manifesto, 9 settembre 2006, anno, 9, n. 35 (420), pp. 1-5, 8

Intervista a cura di Roberto Andreotti e Federico De Melis.

R.A. Giorgio Agamben, l’idea sarebbe di descrivere il suo pensiero attraverso una topografia esistenziale, i luoghi della vita, diciamo. Ma già queste due parole, «luoghi» e «vita», si prestano a un piccolo preliminare metalinguistico, no?

Agamben Di recente mi sono divertito, con uno scanner…

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Enciclopedia Filosofica: Simone de Beauvoir (SEP)

Queer in Translation

Fonte: Stanford Encyclopedia of Philosophy –  Debra Bergoffen (George Mason University) | 2004-2010

Ci sono alcuni pensatori che, fin dall’inizio, sono identificati senza ambiguità come filosofi (per esempio, Platone).Ci sono altri il cui posto filosofico è per sempre contestato (es. Nietzsche); e ci sono coloro che hanno gradualmente conquistato il diritto di essere ammessi nella falda filosofica.Simone de Beauvoir è uno di questi filosofi riconosciuti tardivamente.Identificandosi come un’autrice piuttosto che come una filosofa e facendosi chiamara la levatrice dell’etica esistenziale di Sartre, piuttosto che una pensatrice di suo proprio diritto, il posto di Beauvoir nella filosofia sta guadagnando ora trazione.La conferenza internazionale che celebra il centenario della nascita di Beauvoir organizzata da Julia Kristeva è uno dei segni più visibili della crescente influenza e status di Beauvoir.I suoi contributi duraturi ai campi dell’etica, della politica, dell’esistenzialismo, della fenomenologia e della teoria femminista e il suo…

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Michel de Montaigne – Il piacere della virtù –

[…]
Noi custodiamo le opinioni e il sapere altrui ed è tutto: bisogna invece farli nostri. Noi facciam come colui che, avendo bisogno del fuoco, ne andasse a cercare dal suo vicino, e, avendone trovato uno bello e grande, si fermasse là a riscaldarsi senza ricordarsi più di portarne a casa sua.
Che cosa importa aver lo stomaco pieno di cibo se non lo digeriamo, se non lo assimiliamo, se non ci aumenta e ci rinforza?
[…] Noi ci abbandoniamo così alle braccia altrui che diventiam fiacchi. Voglio armarmi contro il timore della morte? È alle spese di Seneca. Voglio trovar di che consolare me o altri? Io prendo a prestito da Cicerone. L’avrei tratto da me se mi ci fossi esercitato. Non amo questa sicurezza relativa e mendicata: quando pure potessimo essere sapienti per il sapere altrui; saggi almeno non possiamo essere che per la nostra propria saggezza.
« Odio il sapiente che non è sapiente per sé. » « Per questo Ennio dice, che è vana la saggezza del saggio che non sa far del bene a
sé stesso. »
Dioniso si burlava dei grammatici che han cura di interessarsi dei mali di Ulisse, e ignorano i loro propri; dei musici che accordano i loro flauti e non accordano i loro costumi; degli oratori che si studiano di parlar di giustizia e non di praticarla. (pag.41, 42)
Michel de Montaigne – Il piacere della virtù – red edizioni

Pubblicato da Lorena Melis 2 gennaio 2017

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Gustave Flaubert – L’OPERA E IL SUO DOPPIO – Dalle lettere –

15. A Ernest Chevalier [Rouen, 30 novembre 1841]
[…]
Non lavoro ancora per niente alla nobile scienza su cui tu ascendi con garretti tanto solidi, e nella quale tu avrai la palma del coglione, il titolo di dottore, – la scienza del giusto e dell’ingiusto mi lusinga poco. La giustizia umana mi è sempre parsa più grottesca di quanto non mi sia parsa schifosa la loro malvagità. L’idea di un giudice mi sembra la concezione più strampalata che sia possibile avere.
Addio vecchio mio.
[…]
Gustave Flaubert – da L’opera e il suo doppio – Dalle lettere, a cura di Franco Rella, Fazi editore

 

***

A cura di Franco Rella

Dello sterminato epistolario flaubertiano, L’opera e il suo doppio propone la più vasta raccolta mai pubblicata in Italia contenente numerose lettere inedite.
Flaubert, con Dostoevskij, ha aperto la strada al romanzo del XX secolo rivoluzionando i tempi e la modalità della narrazione. Le sue opere sono contrassegnate da un rigore stilistico e compositivo tale che la materialità, la tragedia stessa della vita raccontata si risolvono totalmente nella scrittura. Ma, accanto a questa scrittura “diurna” Flaubert ha sviluppato nelle sue lettere un’immensa scrittura “notturna” in cui storia e storie, paesaggi e culture, dolore e morte, esaltazione ed erotismo si distendono per migliaia di pagine. In Italia si conosce poco del suo epistolario, di cui forse è impossibile dare un’edizione completa. Questa, che proponiamo, non è dunque la totalità delle lettere di Flaubert, è però molto più di un’antologia. È il tentativo di proporre la sostanza di una scrittura e di un pensiero. Ma, ancora di più, di tentare di costruire un ponte tra le due scritture, quella narrativa e quella epistolare.
Flaubert ripete che nei suoi libri l’autore deve essere assente. Che ha orrore all’idea che Gustave Flaubert compaia, con le sue idee e le sue passioni, accanto a Emma Bovary o accanto a Salammbô. Ma dice e ripete anche che nessun libro lo soddisfa in pieno, che non ha mai trovato il soggetto in cui darsi interamente, che sia in sintonia con il suo temperamento. Di fatto Flaubert ha trovato questo soggetto e ha scritto questo libro. È quello che corre sotto le pagine del suo epistolario. Qui egli esprime l’ansia della bellezza e l’attrazione per il sordido, qui si uniscono l’opaco della bêtise e il nitore metafisico, l’esaltazione per l’ideale e i miasmi della vita. Qui l’amore e l’amicizia trovano la loro espansione, accanto alle delusioni e all’atrocità dell’esistenza. Tutto questo raggiunge la sua unità nello straordinario protagonista di questo romanzo nascosto, che altri non è che lo stesso Flaubert. Arrivare a scoprire questo romanzo significa trovarsi improvvisamente davanti a uno dei testi più grandi della letteratura di ogni tempo.
«Dunque, cerchiamo di vedere le cose come sono, senza voler avere più spirito del buon Dio. In passato si è creduto che solo la canna da zucchero desse lo zucchero. Oggi lo si estrae da quasi tutto, ed è lo stesso con la poesia. Traiamola da qualsiasi cosa, perché essa sta ovunque: non c’è un atomo di materia che non contenga il pensiero; abituiamoci a considerare il mondo come un’opera d’arte di cui è necessario riprodurre i processi nelle nostre opere». (a Louise Colet, 27 marzo 1853)


 

Pubblicato da Lorena Melis 2 Gennaio 2017

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19 – FRAMMENTO APOCRIFO DI STRATONE DA LAMPSACO PREAMBOLO Questo Frammento, che io per passatempo ho recato dal greco in volgare, è tratto da un codice a penna che trovavasi alcuni anni sono, e forse ancora si trova, nella libreria dei monaci del monte Athos. Lo intitolo Frammento apocrifo perché, come ognuno può vedere, le cose che si leggono nel capitolo della fine del mondo, non possono essere state scritte se non poco tempo addietro; laddove Stratone da Lampsaco, filosofo peripatetico, detto il fisico, visse da trecento anni avanti l’era cristiana. È ben vero che il capitolo della origine del mondo concorda a un di presso con quel poco che abbiamo delle opinioni di quel filosofo negli scrittori antichi. E però si potrebbe credere che il primo capitolo, anzi forse ancora il principio dell’altro, sieno veramente di Stratone; il resto vi sia stato aggiunto da qualche dotto Greco non prima del secolo passato. Giudichino gli eruditi lettori. DELLA ORIGINE DEL MONDO Le cose materiali, siccome elle periscono tutte ed hanno fine, così tutte ebbero incominciamento. Ma la materia stessa niuno incominciamento ebbe, cioè a dire che ella è per sua propria forza ab eterno. Imperocché se dal vedere che le cose materiali crescono e diminuiscono e all’ultimo si dissolvono, conchiudesi che elle non sono per sé né ab eterno, ma incominciate e prodotte, per lo contrario quello che mai non cresce né scema e mai non perisce, si dovrà giudicare che mai non cominciasse e che non provenga da causa alcuna. E certamente in niun modo si potrebbe provare che delle due argomentazioni, se questa fosse falsa, quella fosse pur vera. Ma poiché noi siamo certi quella esser vera il medesimo abbiamo a concedere anco dell’altra. Ora noi veggiamo che la materia non si accresce mai di una eziandio menoma quantità, niuna anco menoma parte della materia si perde, in guisa che essa materia non è sottoposta a perire. Per tanto i diversi modi di essere della materia, i quali si veggono in quelle che noi chiamiamo creature materiali, sono caduchi e passeggeri; ma niun segno di caducità né di mortalità si scuopre nella materia universalmente, e però niun segno che ella sia cominciata, né che ad essere le bisognasse o pur le bisogni alcuna causa o forza fuori di sé. Il mondo, cioè l’essere della materia in un cotal modo, è cosa incominciata e caduca. Ora diremo della origine del mondo. La materia in universale, siccome in particolare le piante e le creature animate, ha in sé per natura una o più forze sue proprie, che l’agitano e muovono in diversissime guise continuamente. Le quali forze noi possiamo congetturare ed anco denominare dai loro effetti, ma non conoscere in sé, né scoprir la natura loro. Né anche possiamo sapere se quegli effetti che da noi si riferiscono a una stessa forza, procedano veramente da una o da più, e se per contrario quelle forze che noi significhiamo con diversi nomi, sieno veramente diverse forze, o pure una stessa. Siccome tutto dì nell’uomo con diversi vocaboli si dinota una sola passione o forza: per modo di esempio, l’ambizione, l’amor del piacere e simili, da ciascuna delle quali fonti derivano effetti talora semplicemente diversi, talora eziandio contrari a quei delle altre, sono in fatti una medesima passione, cioè l’amor di se stesso, il quale opera in diversi casi diversamente. Queste forze adunque o si debba dire questa forza della materia, movendola, come abbiamo detto, ed agitandola di continuo, forma di essa materia innumerabili creature, cioè la modifica in variatissime guise. Le quali creature, comprendendole tutte insieme, e considerandole siccome distribuite in certi generi e certe specie, e congiunte tra sé con certi tali ordini e certe tali relazioni che provengono dalla loro natura, si chiamano mondo. Ma imperciocché la detta forza non resta mai di operare e di modificar la materia, però quelle creature che essa continuamente forma, essa altresì le distrugge, formando della materia loro nuove creature. Insino a tanto che distruggendosi le creature individue, i generi nondimeno e le specie delle medesime si mantengono, tutte o le più, e che gli ordini e le relazioni naturali delle cose non si cangiano o in tutto o nella più parte, si dice durare ancora quel cotal mondo. Ma infiniti mondi nello spazio infinito della eternità, essendo durati più o men tempo, finalmente sono venuti meno, perdutisi per li continui rivolgimenti della materia, cagionati dalla predetta forza, quei generi e quelle specie onde essi mondi si componevano, e mancate quelle relazioni e quegli ordini che li governavano. Né perciò la materia è venuta meno in qual si sia particella, ma solo sono mancati que’ suoi tali modi di essere, succedendo immantinente a ciascuno di loro un altro modo, cioè un altro mondo, di mano in mano. DELLA FINE DEL MONDO Questo mondo presente del quale gli uomini sono parte, cioè a dir l’una delle specie delle quali esso è composto, quanto tempo sia durato fin qui, non si può facilmente dire, come né anche si può conoscere quanto tempo esso sia per durare da questo innanzi. Gli ordini che lo reggono paiono immutabili, e tali sono creduti, perciocché essi non si mutano se non che a poco a poco e con lunghezza incomprensibile di tempo, per modo che le mutazioni loro non cadono appena sotto il conoscimento, non che sotto i sensi dell’uomo. La quale lunghezza di tempo, quanta che ella si sia, è ciò non ostante menoma per rispetto alla durazione eterna della materia. Vedesi in questo presente mondo un continuo perire degl’individui ed un continuo tra sformarsi delle cose da una in altra; ma perciocché la distruzione è compensata continuamente dalla produzione, e i generi si conservano, stimasi che esso mondo non abbia né sia per avere in sé alcuna causa per la quale debba né possa perire, e che non dimostri alcun segno di caducità. Nondimeno si può pur conoscere il contrario, e ciò da più d’uno indizio, ma tra gli altri da questo. Sappiamo che la terra, a cagione del suo perpetuo rivolgersi intorno al proprio asse, fuggendo dal centro le parti dintorno all’equatore, e però spingendosi verso il centro quelle dintorno ai poli, è cangiata di figura e continuamente cangiasi, divenendo intorno all’equatore ogni dì più ricolma, e per lo contrario intorno ai poli sempre più deprimendosi. Or dunque da ciò debbe avvenire che in capo di certo tempo, la quantità del quale, avvengaché sia misurabile in sé, non può essere conosciuta dagli uomini, la terra si appiani di qua e di là dall’equatore per modo, che perduta al tutto la figura globosa, si riduca in forma di una tavola sottile ritonda. Questa ruota aggirandosi pur di continuo dattorno al suo centro, attenuata tuttavia più e dilatata, a lungo andare, fuggendo dal centro tutte le sue parti, riuscirà traforata nel mezzo. Il qual foro ampliandosi a cerchio di giorno in giorno, la terra ridotta per cotal modo a figura di uno anello, ultimamente andrà in pezzi; i quali usciti della presente orbita della terra, e perduto il movimento circolare, precipiteranno nel sole o forse in qualche pianeta. Potrebbesi per avventura in confermazione di questo discorso addurre un esempio, io voglio dire dell’anello di Saturno, della natura del quale non si accordano tra loro i fisici. E quantunque nuova e inaudita, forse non sarebbe perciò inverisimile congettura il presumere che il detto anello fosse da principio uno dei pianeti minori destinati alla sequela di Saturno; indi appianato e poscia traforato nel mezzo per cagioni conformi a quelle che abbiamo dette della terra, ma più presto assai, per essere di materia forse più rara e più molle, cadesse dalla sua orbita nel pianeta di Saturno, dal quale colla virtù attrattiva della sua massa e del suo centro, sia ritenuto, siccome lo veggiamo essere veramente, dintorno a esso centro. E si potrebbe credere che questo anello, continuando ancora a rivolgersi, come pur fa, intorno al suo mezzo, che è medesimamente quello del globo di Saturno, sempre più si assottigli e dilati, e sempre si accresca quello intervallo che è tra esso e il predetto globo, quantunque ciò accada troppo più lentamente di quello che si richiederebbe a voler che tali mutazioni fossero potute notare e conoscere dagli uomini, massime così distanti. Queste cose, o seriamente o da scherzo, sieno dette circa all’anello di Saturno. Ora quel cangiamento che noi sappiamo essere intervenuto e intervenire ogni giorno alla figura della terra, non è dubbio alcuno che per le medesime cause non intervenga somigliantemente a quella di ciascun pianeta, comeché negli altri pianeti esso non ci sia così manifesto agli occhi come egli ci è pure in quello di Giove. Né solo a quelli che a similitudine della terra si aggirano intorno al sole, ma il medesimo senza alcun fallo interviene ancora a quei pianeti che ogni ragion vuole che si credano essere intorno a ciascuna stella. Per tanto in quel modo che si è divisato della terra tutti i pianeti in capo di certo tempo, ridotti per se medesimi in pezzi, hanno a precipitare gli uni nel sole, gli altri nelle stelle loro. Nelle quali fiamme manifesto è che non pure alquanti o molti individui, ma universalmente quei generi e quelle specie che ora si contengono nella terra e nei pianeti, saranno distrutte insino, per dir così, dalla stirpe. E questo per avventura, o alcuna cosa a ciò somigliante, ebbero nell’animo quei filosofi, così greci come barbari, i quali affermarono dovere alla fine questo presente mondo perire di fuoco. Ma perciocché noi veggiamo che anco il sole si ruota dintorno al proprio asse, e quindi il medesimo si dee credere delle stelle, segue che l’uno e le altre in corso di tempo debbano non meno che i pianeti venire in dissoluzione, e le loro fiamme dispergersi nello spazio. In tal guisa adunque il moto circolare delle sfere mondane, il quale è principalissima parte dei presenti ordini naturali, e quasi principio e fonte della conservazione di questo universo, sarà causa altresì della distruzione di esso universo e dei detti ordini. Venuti meno i pianeti, la terra, il sole e le stelle, ma non la materia loro, si formeranno di questa nuove creature, distinte in nuovi generi e nuove specie, e nasceranno per le forze eterne della materia nuovi ordini delle cose ed un nuovo mondo. Ma le qualità di questo e di quelli, siccome eziandio degl’innumerabili che già furono e degli altri infiniti che poi saranno, non possiamo noi né pur solamente congetturare. (Giacomo Leopardi) pubblicato da Lorena Melis 1 gennaio 2017

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paterson

filmcritica rivista

Jarmush conferma che una città di poeti (William Carlos Williams, Allen Ginsberg),  di anarchici (Gaetano Bresci) e anche di comici anarchici (Lou Costello), non può essere che una città-fantasma, percorsa da autobus-fantasma, occupati da passeggeri-fantasma. Al volante, un Driver-fantasma, uno che porta lo stesso nome della città (Paterson) e ha il dono di vedere ovunque fantasmi (o fantasmi-gemelli) Jarmush a sua volta, fantasma dai bianchi capelli vaporosi, ha il dono di rendere fantasmi i suoi attori, e al contempo di ipnotizzare gli spettatori, inducendoli a credere nell’incredibile, ossia nell’esistenza corporea dei poeti.

a. c.

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