Beyond Pasolini

…quindi direi che il Pasolini di Ferrara, Abel, resta sullo sfondo, mai esaustivo, ma chi lo vorrebbe?, con un massiccio editing da fare sulla parte immaginifica con Davoli, il che non intacca Davo…

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Roger Gilbert-Lecomte, “Sacro e massacro dell’amore”

Il surrealismo ha partorito in poesia una profusione di gemme inestimabili, spesso anche ai margini di quello che era il movimento “ufficiale” nato a Parigi intorno alla figura di André…

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La scrittura del disastro – di Maurice BLANCHOT

La dimora del tempo sospeso

Maurice Blanchot
Maurice Blanchot

[Tratto da: AA.VV., Il Pomerio. Antologia Poetica, Elitropia Edizioni, In forma di Parole, Libro VII, Reggio Emilia, 1983, pag. 473-479.]

                   Maurice Blanchot –La scrittura del disastro
(Traduzione di Franco Facchini e Giorgio Marcon)

     Volere scrivere, quale assurdità: scrivere è la decadenza del volere, come la perdita del potere, la caduta della cadenza, il disastro ancora.

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Il rimedio è la povertà (di Goffredo Parise)

Prismi - Pensieri filosofici

Pubblico qui un articolo di Goffredo Parise tratto dalla rubrica che lo scrittore tenne sul “Corriere della sera” dal 1974 al ’75 (ora nella bella antologia a cura di S. Perrella, Dobbiamo disobbedire, Adelphi 2013). L’articolo, che apparve il 30 giugno 1974, è un piccolo gioiello di stile e di pensiero di questo autore sovranamente libero e alieno da tutte le chiese e i salotti dell’apartheid politico italiano, e rappresenta oggi forse più che allora una staffilata alla nostra inerzia materiale e morale. Non mi sembra inoltre privo di qualche collegamento con le riflessioni sulla povertà che Alessandro Bellan ha recentemente condotto su questo blog.

Goffredo Parise scrive a macchina«Questa volta non risponderò ad personam, parlerò a tutti, in particolare però a quei lettori che mi hanno aspramente rimproverato due mie frasi: «I poveri hanno sempre ragione», scritta alcuni mesi fa, e quest’altra: «il rimedio è la povertà. Tornare indietro? Sì, tornare…

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Le “poesie velenose” delle donne afghane

Parlaconlei

donne-afghane1

A Kabul esiste un’associazione letteraria, “Mirman Baheer” , creata e gestita da donne. Nella sua sede le poetesse e le redattrici lavorano alla luce del sole, ma non si può dire lo stesso delle donne che abitano nei paesi delle restanti province. Per loro c’è un solo modo per condividere la propria Arte: dettare i versi al telefono. I versi in questione sono Landai, poesie di due versi che raccontano la condizione della donna nel Paese.

Nei Landai le donne, spesso ragazzine, raccontano la propria vita nelle “gabbie” della famiglia patriarcale: brevi versi clandestini, dettati al telefono in anonimato e recitati via radio, che potremmo definire “satirici”, perché assumono un significato politico straordinario. Spinte dall’ascolto dei Landai alla radio, altre donne decidono di fare altrettanto, raccontando la propria schiavitù e i propri desideri di libertà. Purtroppo, da quelle parti, di poesia si può anche morire.

Landai…

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TELEGRAMMA- Mittente Cesare Segre

io avrei voluto che la letteratura non fosse mai stata oggetto esclusivo di svago e piacere

CARTESENSIBILI

michelangelo pistoletto- the labyrinth

Michelangelo Pistoletto, The Labyrinth.

Considerare la letteratura semplicemente come oggetto di piacere o di svago, non è più concesso dall’entità dell’emergenza in cui viviamo oggi

Cesare Segre

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Il centro del mondo, la parola e la morte. Appunti su Centuria di Giorgio Manganelli

CRITICA IMPURA

Giorgio Manganelli, foto di proprietà di Lietta Manganelli Giorgio Manganelli, foto di proprietà di Lietta Manganelli

di ANTONELLA PIERANGELI

Noi siamo abitanti dell’inferno e lo siamo finché avremo la fortuna di vivere un secolo di lumi, di progresso, di civiltà, di fraternità, di tutte queste cose immonde.

Giorgio Manganelli

Un insopprimibile desiderio di respirare nella “palude definitiva” del senso, il luogo manganelliano per eccellenza, dove la parola subisce la fascinazione dell’abisso, qui presentato nella sorprendente architettura di un corpus testuale che si autodefinisce “centro del mondo dal quale si dipartono infiniti infiniti”.

Così Centuria, libro plurale e multicentrico, porta aria nella complessa irradiazione semantica di una dimensione narrativa che, dilatando lo spazio testuale, si dimostra capace di contenerne le interne consonanze, i cortocircuiti, l’arbitrarietà e il caos. Un viaggio non iniziatico ma gnoseologico, alla ricerca delle crepe e delle fessure del reale, nel mai rimosso, intermittente, enigma del nucleo occulto e vitale del classico come del semplice…

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