STUDI E FRAMMENTI SUL SOGNO “PAUL VALERY”

« Nel sogno, agisco senza volere; voglio senza potere; so senza aver mai visto, prima di aver visto; vedo senza prevedere.
Ciò che è strano non è tanto il fatto che certe funzioni appaiano scombinate, quanto invece che entrino in gioco in una condizione simile.
Il falso, o l’arbitrario, è la funzione naturale del pensiero difronte a se stesso. La nozione di vero, di reale, implica uno sdoppiamento. Per pensare utilmente è necessario, a un tempo, confondere l’immagine col suo oggetto e tuttavia essere pronti a (vigilare) a riconoscere che questa identità apparente di cose differentissime è soltanto un mezzo provvisorio, una utilizzazione dell’incompiuto. Proprio perché li confondo posso pensare d agire, e proprio perché non li confondo io posso agire.
Il reale è ciò da cui non ci si può svegliare, ciò da cui nessun movimento mi può strappare, ma che ogni movimento rinforza, riproduce, rigenera. Il non reale invece, nasce in misura proporzionale all’immobilizzazione parziale. (Da notare che l’attenzione e il sonno non sono troppo distanti l’una dall’altro.) Il fisso genera il falso. […]
Nel sogno, tutto mi viene parimenti imposto. Durante la veglia, distinguo gradi di necessità e di stabilità.

Paul Valery – Studi e Frammenti sul sogno – (pag. 319)

Post di Lorena Melis ore 17,15 del 5 Dicembre 2016

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Le mie considerazioni finali.

La fede nel valore della vita si fonda su un pensiero impuro. Tale fede è possibile solo quando il sentimento di simpatia per tutta quanta la vita e la sofferenza dell’umanità sia assai debolmente sviluppato. Se si è capaci di rivolgere l’attenzione soprattutto verso gli uomini più  straordinari, i grandi talenti e le anime pure, se si cerca di imitare il loro sviluppo e ci si rallegra delle loro opere, si potrà allora credere nel valore della vita. Analogamente, se in tutti gli uomini si considera soltanto un genere di istinti, ossia i meno egoistici, scusando invece gli uomini riguardo  agli altri istinti: in tal caso si potrà sperare qualcosa di buono dall’umanità.

Ma al contrario mi sembra cosa assai più sicura che l’uomo sopporti la vita e creda nel valore della vita proprio quando  vuole e afferma soltanto sé stesso, senza uscire da sé: in modo che ogni elemento extrapersonale appaia soltanto come una debole ombra.

Per l’uomo comune […]  il valore della vita si fonda dunque sul fatto che egli consideri sé stesso più importante del mondo: e la causa del fatto che egli si interessi così poco degli altri esseri sta nella grande mancanza di fantasia, che gli impedisce di immedesimarsi in altri esseri.

[…]

Se qualcuno fosse capace di accogliere in sé una coscienza totale dell’umanità, soccomberebbe maledicendo l’esistenza. L’umanità, infatti non ha alcuno scopo.

La conoscenza di sé sorge nella giustizia verso di sé…

 

Friedrich Nietzsche – Frammenti Postumi – Estate 1875 –  Primavera 1876 – Adelphi 

 

Post di :  Lorena Melis  ore 12,25 del 2/XII/2016

 

 

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Una lettera di giacomo

Per GIACOMO LEOPARDI

Noto che Giacomo è anche in rete, eccome se c’è. Questa la copia da un blog molto interessante:http://spaces.msn.com/members/PensaNecro/
 
16 gennaio
Non ho più nulla da scrivere
 
Giacomo Leopardi  –  lettera a Pietro Giordani, 19 novembre 1819
 

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[…] di qualcosa che abbiamo perduto dentro. Perché possiamo cominciare a ricordarci

19 ore fa · Cagliari ·
[…] di qualcosa che abbiamo perduto
dentro. Perché possiamo cominciare
a ricordarci
[…]
Impossibile
udirla ancora. La lingua
ci porta via per sempre
da dove siamo, e in nessun luogo
possiamo stare in pace
nelle cose che ci è dato
vedere, perché ogni parola
è un altrove, una cosa che si muove
più veloce dell’occhio, proprio
mentre si muove questo passero, virando
nell’aria
dove non ha una casa. Credo, allora,
in niente
che queste parole possano darti, ma
le sento
parlare attraverso di me, come se
solo questo
fosse ciò che desidero, questo blu
e questo verde, e dire
come questo blu
sia per me diventato l’essenza
di questo verde, e più del puro
vederlo, voglio che tu senta
questa parola
che è vissuta in me
tutto il giorno, questo
desiderio di niente
che non sia il giorno stesso, e come sia cresciuto
dentro i miei occhi, più forte
della parola di cui è fatto, come se
non potesse mai esserci altra parola
che mi terrebbe
senza spezzarsi.
Paul Auster (Affrontare la musica)

Lorena Melis – 20 ottobre 2016

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Rimbaud Miller

Lorena Melis
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Lorena Melis
6 minuti fa · Cagliari ·
[…] Rimbaud torna nei regni bui, a cercarvi la sua vera madre. In vita aveva conosciuto solo quella strega, […] dai lombi della quale era saltato fuori come la rotella difettosa di un orologio. […] Completamente mutilato nella sua natura affettiva, rimase per sempre incapace di dare o ricevere amore. Sapeva soltanto come si opponga volere a volere. Al massimo la pietà, mai l’amore.
In gioventù lo vediamo settario, fanatico. Nessun compromesso. Solo il volte-face. Come rivoluzionario, cerca disperatamente una società ideale dove egli possa stagnare la ferita dell’isolamento. È questa la ferita mortale, che non gli guarisce mai. Diviene un assolutista, dal momento che nulla, se non una perfezione dove ogni errore e falsità vengano subissati, è in grado di colmare il vuoto tra reale e ideale. Solo la perfezione può cancellare la memoria di una trafittura che corre più profonda che il fiume della vita.
Incapace di adattarsi o di assimilarsi, cerca senza fine: con il solo risultato di scoprire che la perfezione non è né qua, né là, né questo, né quello. Impara la nullità del tutto. La sua sfida è la sola cosa positiva nel vuoto della negazione in cui si arrabatta. Ma la sfida è infeconda: logora tutte le forze interiori.
Quella negazione comincia e finisce col mondo delle cose create, con le esperienze sans suite che non insegnano nulla. Non importa quanto vasta sia la sua esperienza della vita: non arriva mai abbastanza a fondo perché egli possa darle un senso. Non c’è più timone, non c’è più àncora. E lui è condannato ad essere travolto dalla corrente. E così il battello che si arena su tutti i banchi e i bassifondi, che si piega senza speranza alla briga di tutte le tempeste, deve finire a pezzi, convertirsi in rottami, nient’altro, e avanzi di naufragio. Lui che voleva correre il mare della vita deve mutarsi in un navigatore; deve imparare a fare i conti col vento e la corrente, con le leggi e i divieti. Un Colombo non si beffa delle leggi, le amplia. Non fa vela verso un mondo ipotetico. […]
Henry Miller – Il Tempo Degli Assassini ( La poesia di Rimbaud rivisitata dal grande scrittore americano) – a cura di Giacomo Debenedetti – Oscar Mondadori 1976

Lorena

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Michel Foucalut – Le Parole e le Cose –

Sapere consiste dunque nel riferire linguaggio a linguaggio.Nel restituire la grande distesa uniforme delle parole e delle cose. Nel far parlare tutto. Cioé nel far conoscere al di sopra di tutti i segni, il discorso secondo del commento. Ciò che caratterizza il conoscere non è né il vedere né il dimostrare, ma l’interpretare. Commento della Scrittura, commento degli Antichi, commento di ciò che hanno riferito i viaggiatori, commento delle leggende e delle favole: non si chiede, ad ogni discorso da interpretare, un diritto ad enunciare la verità; non gli si chiede che la possibilità di parlarne. Il linguaggio ha in sé medesimo il suo principio di proliferazione. « Vi è più da fare nell’interpretare le interpretazioni che nell’interpretare le cose; e vi sono più libri sui libri che su ogni altro argomento; non facciamo altro che criticarci a vicenda. » (cit. Michel de Montaigne- Essais 1850, I,II cap. XIII). Non si tratta qui del verbale di fallimento d’una cultura sepolta sotto i prpri monumenti; ma della definizione dell’inevitabile rapporto che il linguaggio del XVI secolo stabiliva con sé stesso. Da un lato, tale rapporto consente un incresparsi all’infinito del linguaggio, il quale non cessa di svilupparsi, di recuperarsi, e di accavallare le sue forme successive. Per la prima volta forse nella cultura occidentale si scopre la dimensione assolutamente aperta d’un linguaggio che non può arrestarsi, dato che, non essendo mai racchiuso in una parola definitiva, enuncerà la propria verità solo in un discorso futuro, interamente volto a dire ciò che avrà detto; questo discorso tuttavia non detiene il potere di sostare in sé, e ciò che dice, viene da esso racchiuso come una promessa affidata in làscito a un altro discorso ancora… Il compito del commento non può essere mai portato a termine.
Michel Foucault – pag. 55 di: Le Parole e le Cose – Edizioni BUR
ore 8,18 di sabato 24 Settembre 2016
Lorena Melis

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Conoscere Pessoa

LA GUERRA

La guerra, che affligge con i suoi eserciti il mondo
è il segno perfetto dell’errore della filosofia.

La guerra, come ogni umana cosa, vuole alterare.
Ma la guerra, più di tutto, vuole alterare e alterare molto
e alterare in fretta.

Ma la guerra infligge la morte.
E la morte è il disprezzo dell’universo per noi.
Avendo per conseguenza la morte, la guerra prova che è falsa.
Essendo falsa, prova che è falso quel voler-aterare.

Lasciamo l’universo esteriore e gli altri uomini ove la natura li pose.
Tutto è orgoglio e incoscienza.
Tutto è un voler muoversi, fare cose, lasciare tracce.
S’arresta il cuore, e il comandante degli eserciti
ritorna pian piano nell’universo esteriore.

La chimica diretta della natura
non lascia spazio vuoto per il pensiero.

L’umanità è una rivolta di schiavi.
L’umanità è un governo usurpato dal popolo.
Esiste perché usurpò, ma erra perché usurpare è non aver diritto.

Lasciate esistere il mondo esteriore e l’umanità naturale!
Pace a tutte le cose pre-umane, anche nell’uomo.
Pace all’essenza tutta esteriore dell’Universo!

Alberto Caeiro – (Fernando Pessoa) – Poesie disgiunte

Post di Lorena Melis  ore 17 del 21 Settembre 2016

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