Antiumanistica

Scrivere non è raccontare i propri ricordi, i propri viaggi, i propri amori e i propri lutti, i propri sogni e i propri fantasmi. Sarebbe come peccare per eccesso di realtà, o d’immaginazione: in ambedue i casi è l’eterno papà-mamma, struttura edipica che si proietta nel reale o s’introietta nell’immaginario. […] La letteratura segue la via opposta, e si pone solo scoprendo sotto le persone apparenti la potenza di un impersonale che non è affatto una generalità, ma una singolarità al livello più alto: un uomo, una donna, una bestia, un ventre, un bambino… Non sono le prime due persone che servono da condizione dell’enunciazione letteraria; la letteratura incomincia solo quando nasce in noi una terza persona che ci spoglia del potere di dire Io (il “neutro” di Blanchot). Certo, i personaggi letterari sono perfettamente individuati, e non sono né vaghi né generici; ma tutti i loro tratti individuali li…

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L’estasi – John Donne

Poesia in Rete

Giovanni Prini, Gli amanti, 1913, Galleria d'Arte Moderna, Roma Giovanni Prini, Gli amanti, 1913, Galleria d’Arte Moderna, Roma

Dove, come un guanciale sopra un letto,
la pregna riva s’alza a riposare
la viola dal capo reclinato,
posammo noi, l’uno cuore dell’altro.

Le nostre mani salde, cementate
da un balsamo tenace che ne sgorga,
i raggi degli sguardi s’incrociavano,
gli occhi infilando su di un refe doppio.

Cosí per ora innestare le mani
fu tutto il nostro modo d’esser uno
e concepire immagini negli occhi
fu nostra sola moltiplicazione.

Come tra eguali eserciti la sorte
sospende incerta la vittoria,
le nostre anime (che per allargare
il campo erano uscite da noi) tra noi s’alzavano:

e mentre là negoziavano le anime,
noi giacevamo, statue sepolcrali:
tutto il giorno immutata l’attitudine,
non dicemmo parola tutto il giorno.

Se alcuno, dall’amore raffinato
sino a intender la lingua delle anime,
fatto dal buon amore tutto spirito,
alla giusta distanza fosse stato,

egli, pure ignorando…

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Roland Barthes, Scritture politiche

Sorgente: Roland Barthes, Scritture politiche

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Parente della Morte – Endre Ady

Poesia in Rete

Edward Steichen, Heavy roses, 1914

Io sono parente della Morte.
Amo l’amore morente,
amo baciare
chi se ne va.

Amo le rose malate,
le vogliose donne sfiorenti,
e i lucenti, malinconici
tempi d’autunno.

Amo il richiamo spettrale
delle ore tristi
e il fratello giocoso
della grande e santa Morte.

Amo coloro che partono,
che piangono e si destano
e, nei freddi mattini brinati,
i campi.

Amo la stanca rinuncia,
il pianto senza lagrime,
la pace, rifugio di saggi, di poeti
e di malati.

Amo i delusi, gl’infermi,
coloro che sono fermi,
gl’increduli, i tristi:
il mondo.

Io sono parente della Morte.
Amo l’amore morente,
amo baciare
chi se ne va.

Endre Ady

(Traduzione di Paolo Santarcangeli)

da “Endre Ady, Poesie”, Lerici editori, Milano, 1964

***

A Halál rokona

Én a Halál rokona vagyok,
Szeretem a tűnő szerelmet,
Szeretem megcsókolni azt,
Aki elmegy.

Szeretem a beteg rózsákat,
Hervadva ha vágynak, a…

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Antiumanistica

La patristica che conta ha sempre attribuito a Dio una super esistenza e non un’esistenza, se no Dio sarebbe cagionevole e, in questo caso, lo relegheremmo o lo rispediremmo al professor Heidegger e alla sua ontologia… No, Dio superesiste […] e in Spinoza non si sottrae nemmeno alla necessità… Ma perché? Perché si è fatto uomo o lo abbiamo fatto uomo, lo abbiamo messo in croce o lo hanno messo in croce – così almeno ci raccontano – e di conseguenza non può sottrarsi alla necessità, non ha voluto sottrarsi alla necessità, non abbiamo permesso che si sottraesse alla necessità. Così, per redimerci, lo abbiamo messo in croce e lo abbiamo fatto risorgere perché ci desse una speranza sull’aldilà, a tutto scapito di un aldiqua che noi mal frequentiamo, che la gente detesta, piena com’è di miscredenti. […] Mastro Eckhart dice che una cosa è Dio e una cosa è…

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Tre poesie di Paul Celan da “Sprachgitter” a cura di Fabrizio Milanese

LA PRESENZA DI ÈRATO

40739Il terzo volume di poesie pubblicato da Paul Celan nel 1959 porta il titolo Sprachgitter tradotto in “Grata di parole”, che in tedesco letteralmente sta a significare la grata attraverso cui avviene il dialogo in un confessionale o nel parlatorio di un convento di clausura. L’editore prima di procedere alla stampa della raccolta suggerì di sostituirlo ma Celan si oppose in ogni modo sentendo quella parola radicata profondamente nel suo animo. Questa grata è qualcosa che fissa un limite, un diaframma di separazione, un parziale impedimento all’attuazione di un dialogo, di un contatto umano. In sostanza si allude fin dal titolo a quello che è il tema dominante della raccolta: la difficoltà insuperabile di porsi in contatto con il mondo dei dannati, quelli i cui poveri occhi sbucavano dalle feritoie dei vagoni ferroviari piombati in una inesorabile marcia verso i campi di sterminio nazisti. Già nei primi versi della poesia…

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L’ARTE È COSA PASSATA? (Maurice Blanchot)

[…] Così, essendo fedele alla legge del giorno, l’artista è esposto non soltanto a subordinare l’opera artistica, ma a rinunciare ad essa e, per fedeltà, a rinunciare a sé stesso. Alla parola di Höldelin fa eco, centoquaranta anni più tardi, quella di un altro poeta, il più degno in questo tempo di rispondergli: »Certe epoche della condizione dell’uomo subiscono il gelido assalto di un male che trae la forza dagli aspetti più disonoranti della natura umana. Al centro di questo uragano, il poeta completerà attraverso il rifiuto di sé il senso del suo messaggio, poi si unirà al partito di coloro che, avendo tolto alla sofferenza la sua maschera di legittimità, assicurano il ritorno eterno dell’ostinato facchino, portatore di giustizia » (René Char).
Nessuno può facilmente dispensarsi da questo « rifiuto di sé », rifiuto in favore dell’azione liberatrice che il « sé », il sé artistico, molesta o non aiuta che sufficientemente. Nel 1934, André Gide scriveva: « Per molto tempo non si può più parlare di opera d’arte. Bisognerebbe, per prestare ascolto ai nuovi distinti accordi, non essere assordati dai lamenti. Non c’è quasi più niente in me che non compatisca. Dovunque si posino i miei sguardi, io vedo soltanto angoscia attorno a me. Oggi, colui che resta contemplativo, dà prova di una filosofia inumana o di una cecità mostruosa (Journal, 25 luglio 1934). E un secolo prima, Hegel, cominciando il suo corso monumentale sull’estetica, pronunciò questa parola: « L’arte è per noi cosa passata » : un giudizio su cui l’arte deve riflettere, e non lo terrà per confutato solo perché a partire da allora la letteratura, le arti figurative, la musica hanno prodotto opere considerevoli; infatti Hegel, nel momento in cui parlava, non ignorava che Goethe era ancora vivo e che, sotto il nome di Romanticismo, tutte le arti in Occidente conoscevano un nuovo slancio. Che voleva dire, lui che non parlava « alla leggera »? Questo, precisamente: che a partire dal giorno in cui l’assoluto è diventato coscientemente il lavoro della storia, l’arte non è più capace di soddisfare il bisogno di assoluto: relegata in noi, ha perso la sua realtà e la sua necessità; tutto ciò che aveva di autentico vero e vivo appartiene al mondo e al lavoro reale nel mondo. (parte conclusiva del paragrafo)
 
Maurice Blanchot – Lo spazio letterario – Reprints Einaudi 1975
Lorena Melis 7,17  del 14 luglio 2017

https://www.facebook.com/lorena.melis

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